Sebastiano Pirisi

Sono un designer, un progettista, fondamentalmente uno che costruisce futuri possibili. Attraverso gli oggetti o i processi. Il mio percorso multidisciplinare include progetti di innovazione sociale, progettazione di processi sociali e produttivi, rigenerazione urbana e upcycling. Sono molto interessato all’economia circolare, al system thinking, allo sviluppo di comunità sostenibili e all’educazione come mezzo per realizzarle.

Partecipo attivamente allo sviluppo di realtà innovative come CoRete Roma, in passato ho fatto parte di Cantiere Barca a Torino e del gruppo di ricerca sistemica Sustainable Making. Oggi lavoro come product e systemic designer in Studio Superfluo.

Pecha Kucha

Cos’è la sostenibilità e cosa vuol dire essere sostenibili?
Per rispondere a questa domanda è necessario fare un’analisi dei sistemi produttivi.
Produzione lineare
Attualmente il sistema produttivo predominante è ancora quello lineare. Estrazione, trasformazione, produzione, vendita, consumo e discarica.
Ormai da anni sappiamo quanto questo sistema sia insostenibile. Questo sistema è basato su un’idea di crescita infinita, possibilità estrattiva infinita e possibilità di stoccaggio dei rifiuti altrettanto infinita e, soprattutto, possibilmente lontana. Il ruolo del designer all’interno di questa catena è, fondamentalmente, di progettista di oggetti su scala più grande possibile. In contatto con azienda, cliente e reparto produttivo, disegna e progetta nuovi prodotti che soddisfano nuovi desideri.

Riciclo

Negli anni è stato introdotto il concetto di riciclo. Ci sono materiali che, invece di finire in discarica, possono ridiventare materia per nuove produzioni, fino a esaurimento delle proprietà. Sono pochi i materiali che hanno una vita praticamente infinita. Il designer in questo caso progetta il prodotto in modo che possa essere disassemblato e separato per materiale. Può arrivare anche a progettarne già una seconda vita. Oppure può intervenire a valle recuperando materiali destinati alla discarica.

L’upcycling è il reinserimento nel ciclo produttivo di elementi di scarto. Al posto del cosiddetto downcycling, il ciclo lineare che dall’estrazione, trasformazione, produzione e consumo finisce in discarica, l’upcycling interviene proprio nell’ultimo passaggio reinserendo il prodotto nel ciclo, dando nuova vita e un nuovo ciclo all’oggetto.
Il DIY è traducibile con autoproduzione o autocostruzione, ossia un processo di riappropriamento dell’attività produttiva da parte delle persone. Se ne parla da qualche anno perché legato strettamente al movimento dei Makers che con la fabbricazione digitale costruiscono ciò di cui hanno bisogno. In realtà nasce un po prima con il movimento Punk, in cui era forte l’idea di prodursi autonomamente qualsiasi cosa, dal vestiario all’etichetta discografica fino alla distribuzione. Infatti il DIY e l’autoproduzione nascono fortemente con una connotazione alternativa alla produzione di massa industriale.

Ed è per questo che può fare da ponte verso una sostenibilità più profonda.

Il Sistema
In natura non esiste niente che possa essere considerato scarto. La sua intelligenza sta nell’ essere un sistema complesso, strettamente interdipendente, in cui ogni scarto di un processo è materia prima per un altro processo. Questo è quello che noi dobbiamo imitare. Ogni processo da vita ad altri processi che a loro volta danno vita ad altri processi e così via. I nomi sono tanti, economia circolare, produzione sistemica, blue economy, ma il concetto è quello di pensare ai processi in maniera tridimensionale e complessa. Olistica.
La necessità è questa. Riuscire a progettare dei sistemi di produzione locali e connessi che non creino scarto ma solo risorse, in modo da creare reale abbondanza. Questo è il ruolo del designer da oggi in poi.

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