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L’etica del design centrato sulle persone richiede princìpi, non codici

Tangible

Di Manuele Forcucci

Il tema mondiale del World Usability Day di quest’anno è stato Design for Good or Evil, un tema sul quale lo scorso 8 novembre, in decine e decine di eventi in tutto il mondo la comunità di pratica si è interrogata sui labili confini in cui si muove il mondo del design nella sempiterna dicotomia tra bene e male.

Io ho avuto modo di partecipare al WUDRome che, tra gli ottimi interventi, ha ospitato il keynote Future Ethics di Cennydd Bowles, nel quale ha sintetizzato alcuni dei punti salienti dell’omonimo libro uscito lo scorso settembre.

Una delle frasi più lapidarie e al contempo pregne di senso del talk, per me è stata questa:

Design is applied ethics

Da questo punto in poi, il keynote è stato una miccia che ha innescato un momento di riorganizzazione mentale in cui si sono andati ad unire tanti puntini di esperienze, pensieri e letture effettuate in questi (quasi) sette anni di professione come designer e dieci di esperienza nel digitale. Un tempo in cui si è fortemente radicato non solo in me, ma in gran parte della comunità di pratica, la convinzione che il mestiere di designer ha assunto una valenza sociale e politica sempre più importante.

Progettare è un atto politico

Per rafforzare questo concetto, prendo in prestito le parole da Vincenzo Di Maria che, nel suo articolo del 2016 apparso su Nòva de Il Sole 24 Ore, argomenta così: – Con il tempo mi sono convinto che progettare è un atto politico, una serie di decisioni che generano trasformazione e cambiamento. Da Henry Dreyfuss e Buckminster Fuller ho sempre pensato a un design socialmente utile, con le persone al centro. Victor Papanek scriveva che il design è quell’atto cosciente e intuitivo per imporre un ordine significativo”

Le persone al centro: designer come veicoli di istanze

Non è solo il design che si sta facendo veicolo — ormai da anni — di questo messaggio, ma sono anche le aziende e le istituzioni che stanno andando verso questo paradigma che, se da un lato fatica ad incontrare un riscontro tangibile nei modelli organizzativi, trova un senso almeno in quelli comunicativi. Pensateci bene: quante volte avete sentito bancheservizi o politica mettere (almeno sulla carta) le persone al centro?

Mettere al centro le persone è quindi una promessa forte e capace di modellare un’identità. Per il mondo del design, al di là di quale parrocchia si frequenti — se leanagilewaterfall or whatever — possiamo dire che il coinvolgimento degli utenti (o meglio, persone) nel processo di design non solo è uno dei momenti più decisivi dell’intero processo ma è anche il più intrinsecamente politico.

Inoltre: mettere le persone al centro non solo ha rivoluzionato i processi ma nel tempo ha ridefinito il concetto stesso di designer, che non è più figura ricoperta di un’aura mitica ed illuminata, riconoscibile nel tocco d’autore come poteva essere riconoscibile una radio di Dieter Rams o una sedia di Charles Eames.

Essere designer oggi significa innanzitutto farsi veicolo di istanze delicate e complesse, che informano decisioni (o non decisioni) – in ambiti in cui — diciamola tutta — l’etica non sempre è la stella polare. E queste decisioni sono capaci di determinare impatti su scale ampissime, che vanno dall’individuo all’intera società.

Verso un codice etico del design

In quanto portatore di istanze, il designer dovrebbe farsi testimone di un’etica degna del suo ruolo politico e sociale. Non lo dico io, c’è un acceso dibattito sull’etica del design che dura da anni, nel quale gli spunti introspettivi della categoria scatenano diverse scuole di pensiero e letterature. Ad un livello più alto, nelle boards delle big corporations della Silicon Valley sono entrate da qualche tempo delle nuove figure: i Chief Ethical Officiers (CFO’s).

Tutto ciò per dire che il design ha bisogno di un codice etico?

Chiamo di nuovo in causa Cennydd Bowles che in Future Ethics osserva:

Codes are better in censuring bad behaviors than inspiring good ones

Se da un lato i codici possono rivelarsi utili per modellare una struttura di senso attorno al sentire etico di una comunità, dall’altro, se non supportati da un forte background culturale, possono rivelarsi estremamente rigidi, dogmatici ed essere percepiti come immutabili. Da lì al cadere nel buco nero della tecnocrazia in cui i designer diventano vittime dei propri stessi codici è un passo molto breve.

Un codice etico presuppone inoltre che esista un ordine professionale a farsi carico del rispetto delle regole, così come il giuramento di Ippocrate regola l’etica della professione del medico. Mike Monteiro, è uno dei più ferventi sostenitori di questa linea che argomenta in un suo brillante quanto criticato post, nel quale ha più volte rimarcato l’urgenza di una qualifica da designer. Un designer deve essere qualificato così come può esserlo un medico, un architetto o un avvocato, in virtù delle responsabilità sociali che esso ricopre.

È un punto interessante e assolutamente degno di rispetto, ma se se questa visione da un lato punta il faro verso una sacrosanta consapevolezza sul ruolo del designer all’interno della società, dall’altro comunica che il design possieda una componente intrinseca quasi più scientifica (e quindi regolamentabile e –parafrasando Piero Angela– non democratica) che umanistica.

I princìpi si adattano ai tempi e forgiano culture

Personalmente mi trovo molto più a mio agio con questa affermazione di Jared M. Spool:

A good design principle, is reversible

Innanzitutto perché centra in pieno cos’è che differenzia davvero un principioda un codice: la reversibilità, appunto. E questo differenziante fa sì che i princìpi siano maggiormente calati nelle realtà delle sfide complesse che il design affronta, in contesti che toccano sfere di mondo che di immutabile hanno ben poco come la società, la tecnologia e l’economia.

Ma oltre ad essere reversibile, cosa deve avere un principio per essere valido?

Matthew Ström, lead designer di Bit.ly in un suo articolo del 2017, sostiene ad esempio che non è mai chiaro quando un design principle sia effettivamente valido se non almeno quando:

  • è memorabile
  • aiuta a dire di no
  • non è ovvio
  • è applicabile

Jared Spool sul tema mette in guardia: – If your team has already tried to put together your own principles, chances are they’ll fail many of the tests. As a field, we’ve done a crappy job of talking about what makes a great principle work –

Ma poi chiude: – The best principles change as the team’s perspectives on design matures –

Insomma, i princìpi in quanto mutevoli sono fallibili e spesso sfuggenti. Ma in quanto tali sono estremamente potenti nel creare conversazioni e nel contribuire alla maturazione della cultura che fonda le basi etiche dei singoli e delle comunità che li portano avanti nel tempo.

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Manuele Forcucci è Service & Experience Designer @ Tangible

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