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Federica Fragapane: The Stories Behind a Line

Federica Fragapane

L’8 novembre ho avuto l’opportunità di partecipare a WUDRome2018, condividendo le mie riflessioni relative ad un progetto personale a cui sono molto legata.

Ma prima di scriverne, faccio un passo indietro e mi presento: sono Federica Fragapane, un’Information Designer freelance specializzata in data visualization. Solitamente collaboro con organizzazioni, aziende e con il mondo dell’editoria, a livello nazionale e internazionale. Sono co-autrice di Pianeta terra (https://www.behance.net/gallery/45322159/Planet-Earth), libro per bambini pubblicato da National Geographc Kids e White Star e nel corso degli anni ho lavorato per le Nazioni Unite, Wired, Scientific American. Collaboro inoltre con La Lettura, l’inserto culturale del Corriere della Sera.

Visualizzazioni di dati per La Lettura

Quando lavoro a visualizzazioni di dati, più o meno complesse, mi ritrovo a considerarle come l’equivalente visivo di un lungo articolo. Questo mi permette di creare una connessione con il lettore, un legame che passa attraverso le forme e gli elementi rappresentati. E questo concetto di connessione, di legame creato con i lettori, per me è molto importante.
Credo che l’atto di visualizzare dati abbia un grande potenziale comunicativo e – come professionista in questo campo – ho sentito la responsabilità di utilizzare questo potenziale per parlare di tematiche rilevanti. Questo è il motivo per cui ho iniziato a lavorare al progetto di cui parlerò ora.

È un progetto personale, senza commissione e si tratta senza ombra di dubbio del progetto emotivamente più intenso a cui abbia mai lavorato.

The Stories Behind a Line

Un paio di anni fa il mio fidanzato mi ha parlato di un ragazzo che aveva conosciuto giorni prima, Abdullahi, un richiedente asilo arrivato dalla Somalia che gli aveva raccontato del suo viaggio per arrivare in Italia. Sentirne parlare mi ha fatto pensare a come i media italiani tendano a focalizzarsi soprattutto sulla traversata del Mediterraneo. Ma ci sono spesso migliaia di chilometri che precedono quel tratto e centinaia di giorni di viaggio.

Ho iniziato a pensare a come mi sarebbe piaciuto usare le mie competenze per parlare di questi viaggi, condividendo dati personali ad essi legati. Devo dire che ho avuto quasi subito in mente la struttura di questo progetto potenziale, ma ero intimidita dalla forte componente dolorosa di queste esperienze. Avevo paura di essere insensibile nei confronti dei potenziali narratori chiedendo informazioni sui loro viaggi. E quindi ho tenuto il progetto bloccato nella mia mente per parecchio tempo.

Mesi dopo ho conosciuto Alfonsina Zanatta, collaboratrice di un centro di accoglienza, il CAS Migrantes di Vercelli e le ho parlato della mia idea. Lei ha amato subito il progetto e mi ha detto che aveva già in mente un gruppo di persone che avrebbero potuto parteciparvi.

É in questo modo che ho conosciuto M.B., S.S., M.D., A.L., S.W.G. e T.K. – sei richiedenti asilo arrivati in Italia nel 2016 – ed è in questo modo che ho iniziato a lavorare a The Stories Behind a Line, una narrazione visiva dei loro viaggi.

Dare al viaggio una forma percepibile

Li ho incontrati nel 2016, mentre erano ospiti del centro di accoglienza di Vercelli, la mia città natale. La mia idea era di comunicare le loro esperienze mostrando i dati che le hanno caratterizzate, per dare una forma percepibile a questi viaggi.

Durante i nostri incontri ho chiesto loro del loro viaggio dalla loro città all’Italia e – con l’aiuto di Google Maps – abbiamo ricostruito le rotte punto per punto.

Per ogni tappa ho chiesto loro quanti giorni di viaggio erano serviti per arrivarvi, quali mezzi di trasporto avevano utilizzato e quanti giorni vi erano rimasti prima di spostarsi alla tappa successiva. In più ho detto loro che avrei annotato qualunque commento, nota o ricordo che avrebbero voluto aggiungere al loro racconto.

Raccogliere dati personali dolorosi

Questo processo di “raccolta dati” è stato ovviamente completamente diverso da quelli a cui sono abituata. Solitamente cerco dati online, ma questa volta ho deciso di uscire dal mondo digitale (in cui sono anche troppo immersa) per incontrare e parlare con le persone che “vivono” il tema ogni giorno.

In questa situazione, onestamente, penso che il mio punto di vista e i miei sentimenti siano irrilevanti se confrontati con i loro.
Ma vorrei condividere qualche riflessione, perché il processo di raccolta dati stesso è stato estremamente significativo in questo caso, e merita di avere un suo spazio.
Chiedere alle sei persone di raccontare a me – una sconosciuta – le loro esperienze non è stato facile. Non a causa loro, sono stati tutti incredibilmente gentili, chiari e disponibili. Ma perché sentivo questo generico senso di colpa nel chiedere loro di rivivere questi ricordi così dolorosi.

Ma credevo sinceramente in questo progetto e nel fatto che la data visualization possa essere non solo uno strumento per comunicare alle persone, ma anche per dar loro voce. Questo concetto e la loro fiducia sono gli aspetti che mi hanno convinta nel continuare a lavorare al progetto.

Semplici dati personali | vs | Tematica globale complessa

Un altro aspetto dal quale ero intimidita era il fatto che – considerando le esperienze da cui sono passati e la complessità del tema – stavo chiedendo loro informazioni molto semplici.

Ma questo è perché volevo davvero fornire un racconto chiaro, razionale e semplice. E questo per me è un punto focale. Penso che un fenomeno così complesso meriti razionalità e anche una chiarezza semplice, per essere comunicato – e soprattutto – compreso adeguatamente. E penso che talvolta questo tema sia soggetto ad una spettacolarizzazione da parte dei media, spettacolarizzazione che va a discapito di un approccio chiaro e razionale.
Questo è il motivo per cui ho scelto di usare dati molto semplici, parte della vita di tutti i giorni e facilmente comprensibili. Inoltre i commenti e le note che i sei migranti hanno condiviso con me – solo quando se la sentivano – hanno aggiunto un livello ulteriore, informativamente ed emotivamente significativo.

Sei linee personali

Dopo i nostri incontri ho iniziato a lavorare alle visualizzazioni.

Ho deciso di disegnare per ognuno una linea, che fosse unica e plasmata dalle esperienze vissute. Quest’aspetto dell’unicità per me era molto importante.

La legenda

Ho visualizzato il dato dei giorni con una linea orizzontale, per avere un elemento il più semplice possibile. Linea blu per i giorni di permanenza e linea azzurra per i giorni di viaggio. Ho poi rappresentato i mezzi di trasporto come linee tratteggiate diverse. Solitamente mi piace molto sperimentare visivamente, ma in questo caso volevo solo fornire un racconto fatto di forme semplici ed immediate.

storiesbehindaline.com

Il progetto finale è un sito, un pezzo di storytelling interattiva: storiesbehindaline.com. Non sono una sviluppatrice, quindi per realizzarlo ho collaborato con il mio collega e caro amico Alex Piacentini.

Nella home appaiono le sei linee, con le iniziali dei sei narratori. Ogni singola storia è preziosa e per questo motivo volevo essere sicura di dare alle linee il loro spazio, mostrandole prima di tutto come linee nere su fondo bianco.

Cliccando su dati è possibile vedere l’informazione dei giorni di viaggio e andando in over con il mouse si possono leggere i nomi delle città attraversate.

I cerchi rossi rappresentano i momenti in cui i narratori hanno deciso di condividere un frammento più dettagliato della loro storia. Cliccandovi vi si può accedere.

È poi possibile mostrare le mappe dietro queste linee, cliccando su Map.

Ho lavorato anche ad una seconda sezione, Distances, in cui ho raddrizzato la linea verticalmente, aggiungendo i chilometri percorsi.

La linea blu rappresenta sempre i giorni di permanenza e il rettangolo il numero di giorni di viaggio e i km percorsi.

Non ci sono fotografie

Non ci sono fotografie delle sei persone e ci sono due ragioni principali.

La ragione meno importante: non volevo utilizzarle. So quanto la fotografia sia potente nel documentare e comunicare storie. È uno strumento fondamentale per informare, su questo non ci sono dubbi ovviamente. Ma non pensavo che fosse necessaria in questo caso specifico. Per questo progetto volevo che i lettori si concentrassero sulle parole e le informazioni, che sono già di per sé significative.

Abbiamo così tanti input visivi ogni giorno. E ovviamente questo è positivo, perché dobbiamo sapere quel che accade intorno a noi, non possiamo ignorarlo. Ma non lo è secondo me quando questo viene usato per creare sensazionalismo per situazioni che sono già drammatiche.

In questo caso volevo che i lettori uscissero temporaneamente da questo mondo pieno di immagini a cui siamo abituati, per entrare direttamente in queste storie, cercando di leggerle e capirle all’interno di uno spazio pulito, razionale, ma comunque emotivamente intenso.

Ma il secondo motivo per cui non ho utilizzato fotografie è il più importante. Loro non volevano. Hanno scelto di rimanere anonimi. Condividere dati personali può essere uno strumento potente, ma deve essere accompagnato da un profondo rispetto della privacy e delle volontà delle persone.

Condividere narrazioni visive personali legate a un tema globale

Questo è un progetto personale quindi quando io e Alex abbiamo deciso che era pronto, l’abbiamo pubblicato online. Devo dire che sono rimasta davvero piacevolmente stupita dalle reazioni. Molte persone hanno capito quello che stavo cercando di fare e di questo sono contenta. Questo progetto mostra solo un piccolo frammento del tema delle migrazioni e lo fa da un punto di vista molto specifico.

È ovviamente importante trattare un tema così complesso e globale parlando di grandi numeri e mostrando la visione di insieme, per comunicarlo – di nuovo – razionalmente e fornire un quadro d’insieme ampio ai lettori. Anche per non lasciare che rimangano intrappolati nelle paure che troppe figure ora stanno sfruttando.

Ma allo stesso tempo penso che anche fornire uno scorcio così piccolo da cui osservare il tema possa aiutare nel comprenderlo in profondità.

Penso che combinare il quadro d’insieme e punti di vista estremamente personali possa essere un buon modo per affrontare queste tematiche senza perdere d vista l’umanità che vi sta dietro. Il tema delle migrazioni è fatto di persone, è vissuto dalle persone e penso che una delle modalità con cui può essere raccontato sia dar loro direttamente la possibilità di parlarne.

Razionalità o/e empatia

Allo stesso tempo, non penso che la razionalità implichi necessariamente una mancanza di empatia. E abbiamo molto bisogno di empatia ora.

Condividerò ora un po’ di commenti e riscontri positivi (non per vantarmene!) ma per capire quali elementi in un progetto di questo tipo hanno funzionato e hanno generato anche empatia.

Alcune persone hanno apprezzato il fatto che all’inizio si possa vedere solo la linea nera e che in un secondo momento appaia la mappa dietro di essa. Molti si sono sorpresi, perché non si aspettavano di vedere distanze così lunghe.

Molti erano interessati ai mezzi di trasporto. A.L. un ragazzo di 17 anni partito dalla Guinea ha attraversato parte del deserto a piedi e alcune persone hanno commentato e condiviso quella parte della sua storia. Mi è stato detto che i numeri dei giorni di viaggio e quelle lunghe linee orizzontali comunicavano il senso di sfinimento che caratterizza questi viaggi.

E poi i commenti dei narratori hanno commosso molti lettori. Un commento molto bello è quello di S.G, un ragazzo di 26 anni arrivato dal Pakistan, che alla fine del nostro incontro mi ha detto: “La mia mente è tranquilla ora. Io sono tranquillo perché solo al sicuro e per questo amo l’Italia”.

E molti lettori si sono commossi per le parole di A.L.: “Avete una vita bellissima qui, perché sapete che siete al sicuro”.

I muri che bloccano l’empatia

Mi aspettavo di ricevere insulti dopo aver condiviso il progetto, perché l’odio online è parte del mondo digitale in cui viviamo. Ma non è successo, e non penso che questo sia un mio merito. Penso che sia perché viviamo in bolle digitali e quindi le persone che hanno condiviso il progetto sono sensibili a certi temi, così come i loro contatti eccetera.
Il progetto è uscito dalla bolla quando ho avuto l’opportunità di parlarne in un articolo che ho scritto per Info Data de Il Sole 24 ore (http://www.infodata.ilsole24ore.com/2017/10/12/storie-migranti-le-rotte-dati-the-stories-behind-line/).

E quando il Sole 24 ore ha condiviso l’articolo su Twitter ho letto alcuni dei commenti che mi aspettavo.

“inutile, tanto non li digerisce nessuno.”

“e tutti e 6 in Italia”

“sei vie d’invasione…”

Cosa significa questo quindi? Che non sono stata in grado di parlare a queste persone.

Ovviamente non è così semplice e non sono neanche sicura che abbiano aperto la pagina, perché i commenti si riferiscono al contenuto del tweet. Ma ho pensato molto a queste frasi. C’è qualcosa che io possa fare?

Ci sono muri enormi che bloccano l’empatia e la comprensione, ma non posso e non voglio giudicare queste persone senza conoscere le loro storie e i loro problemi. Mi sto solo chiedendo – e non ho una risposta ora – se ci sia qualcosa che posso fare per parlare anche a loro.

In ogni caso questi progetto ha parlato a molte altre persone e per me è stato importante sottolineare questo aspetto positivo quando ho incontrato nuovamente i narratori dopo la pubblicazione.

Data visualization per dar voce a chi non ne ha

Quindi ora? Vorrei che questo progetto fosse un punto di partenza. Vorrei continuare a lavorare sul concetto di data visualization come strumento non solo per comunicare alle persone, ma anche per dar voce a chi non ha gli strumenti per farlo.

Questo è un progetto personale, senza clienti o commissione di nessun tipo. Io e Alex ci abbiamo lavorato nel fine settimana e la sera, ma l’abbiamo fatto molto volentieri perché lavorare ad un progetto simile stava diventando quasi una necessità, considerando il mio lavoro e la responsabilità che sentivo nell’usare le mie competenze per dare un piccolo contributo. E spero proprio di avere l’opportunità di continuare a lavorare su progetti simili, partendo dallo stesso concetto.

Come concludere?

Non ero sicura di come avrei potuto concludere questo pezzo, perché ci sono molte altre cose che potrei dire relativamente a questa esperienza, ma forse il modo migliore per farlo è semplicemente ringraziare.

Voglio ringraziare Alfonsina Zanatta, che mi ha aiutata ad entrare in contatto con il CAS Migrantes.

Voglio ringraziare Alberto Fragapane, mio fratello, che mi ha aiutato nella comunicazione con i ragazzi francofoni.

Grazie ad Alex Piacentini, che ha lavorato con me al progetto.

E a M.B., S.S., M.D., A.L., S.W.G. e T.K., un grazie di cuore.

Federica Fragapane

Twitter: https://twitter.com/fedfragapane

Portfolio: https://www.behance.net/FedericaFragapane

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